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AKTIVE:HATE - In Terrorem
review by darkroom-magazine.it (in italian language)


Con Aktive:Hate, solo-project del portoghese ISK, vale lo stesso discorso fatto per il compagno d'etichetta Drained Scorn: un'harsh-EBM che di innovativo non propone assolutamente nulla, ma che almeno non difetta in efficacia, se con essa intendiamo incendiare i dancefloor e far male con la violenza tematico/sonora tipica del genere. Dopo un paio di EP rilasciati con la netlabel Enough Records nel 2009, l'artista lusitano ha debuttato sulla lunga distanza lo scorso anno col lavoro in esame, mentre il 2011 vedrà l'uscita del nuovo album nel solo formato digitale per la Twisted Flesh Recordings. Come prevedibile quando si supera abbondantemente l'ora di durata, anche "In Terrorem" presenta brani che sarebbe stato meglio tralasciare, favorendo così un minutaggio più snello e migliorando la riuscita dell'intera operazione, e le 'vittime sacrificali' potevano essere tanto "Knee Deep", "Phantom" e "Play The Game" quanto il remix di quest'ultima, posto in chiusura e curato da The Twilight Freakshow. Prevalgono comunque le note positive, a partire dall'opener "My Own God", solido mid tempo che evidenzia la cura nella scelta dei suoni, l'attenzione posta sui ritornelli e la qualità della produzione messi in atto da ISK; buona l'integrazione della chitarra, mai invadente o fuori posto, mentre le vocals, spietate come da copione e spesso ai confini con certo metal estremo, non si esimono da buone variazioni, come le parti 'clean' nei refrain della potenziale hit "Mixed Feelings" e della groovy "Handful Of Nothing", oppure il puro growl di una "Sore Eyes" che parte lenta e pesante, per poi detonare puntando ai club. La peculiarità di Aktive:Hate è quella di suonare spietato fino al midollo, alla stregua dei più furiosi Hocico, come dimostrano frustate furibonde del calibro di "F U", "Diseased" e "Trigger Happy", anche se il Nostro si mostra capace di un buon pathos nella piano-based "Sacramentum", ottima per tirare il fiato in un disco così serrato; bene anche la struttura nervosa e relativo intrigante beatwork di "00h00", la più avvolgente "Chemicals" (ottimi i rallentamenti) ed una "Bipolar" che, nomen omen, parte come un misterioso cadenzato, per poi assumere un piglio da club sorretto dall'ennesima buona intuizione melodica, altra costante del songwriting del portoghese. Ci ripetiamo: niente di nuovo sotto il sole, ma se non altro una buona interpretazione dei dettami dell'harsh-EBM, con la solidità e la ferocia che si convengono e, soprattutto, con una produzione apprezzabile. Snellendo la tracklist, inserendo qualche variante in più e lavorando su ciò che sa fare meglio (oltre ovviamente a crescere di pari passo a tutti i livelli), ISK potrà farsi strada in un panorama dove la concorrenza esonda, forte di un primo album che ha già le carte in regola per soddisfare i seguaci della frangia più malvagia dell'EBM.

Roberto Alessandro Filippozzi









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